Non Chiamateli figli di papà

Aziende più radicate ma anche ditte di recente formazione devono fare i conti con un domani sempre più avido di buone idee, quelle in cui necessariamente dovranno investire i figli degli attuali imprenditori. Alle nuove classi toccherà l’onere di affrontare un mercato dove gli spazi comporranno mosaici inediti, dove le regole di ieri potrebbero faticare a trovare spazio. La loro marcia in più sarà quella dell’innovazione, il passe-partout di chi ha grandi mire.

Palladino Pietre

Margarita Palladino

Margherita Palladino

La formazione è tutto ma di pari importanza è la pratica quotidiana. “Sono a contatto con clienti, orafi e gioiellieri, ma preferisco il contatto con le gemme.

In un’attività come la tua quanto è importante seguire studi di settore e quanto conta la pratica?

È doveroso tenersi aggiornati. C’è sempre da apprendere e bisogna saper contrastare le inesattezze che circolano su internet e che condizionano negativamente i clienti. Ho conseguito 4 diplomi IGI di Anversa sulle pietre di colore e sulle perle e continuo a studiare per il titolo di gemmologa, anche se non bastano le sole informazioni didattiche per soddisfare il cliente.

Da quanti anni lavori nell’azienda di famiglia?

Da circa 6 anni. Prima abitavo a Londra poi mio zio Gerardo (Palladino) mi chiese di accompagnarlo alla fiera di Hong Kong per fargli da traduttrice e al ritorno scelsi di diventare parte della Palladino family.



Cosa rappresenta per te la Palladino Pietre?

È la mia casa. Ho a che fare con pietre e persone meravigliose. I miei colleghi sono amici o parenti che silenziosamente trasmettono amore per quello che fanno e dimostrando enorme esperienza sul campo.

Il tuo ruolo qual è e su quali principi ruota il tuo lavoro?

Mi occupo delle relazioni con i fornitori esteri: seguendo la scia di mio zio Gerardo, India, Cina e Thailandia, mentre assistendo mio padre Luigi intrattengo relazioni commerciali con Colombia e Brasile. Inoltre gestisco i social con costanza e competenza fotografica perché ogni pietra necessita di una luce differente. Sono a contatto con clienti, orafi e gioiellieri ma preferisco il contatto con le gemme.

Prima il mercato suggeriva prevalentemente zaffiri, smeraldi, rubini e diamanti, le gemme per antonomasia, mentre oggi spesso sono in gioco pietre meno comuni come il padparadscha.

Da cosa ha origine questa nuova tendenza?

Dipende dalle mode per la quantità di brand di ogni livello qualitativo. Prima la moda la facevano le regine, oggi le celebrity; e sta al commerciante anticipare o stare al passo delle tendenze. Io preferisco seguire il gusto personale, aldilà dei trend.

In che modo la Palladino Gioielli garantisce l’autenticità di una pietra preziosa?

Le nostre pietre, anche quelle di più elevato valore, su richiesta del cliente sono accompagnate da una carta identificativa che riporta la natura, le caratteristiche ed eventuali trattamenti.

Lavoriamo principalmente con grossisti, molto spesso clienti storici che conoscono la nostra politica per cui la nostra maggiore garanzia resta la fiducia.

Proponete anche gioielli finiti? Chi li disegna?

Sì, per valorizzare le caratteristiche di alcune delle nostre pietre meno “capite” dai clienti, ma abbiamo anche una linea più classica con gemme di ogni valore. Tutti sono realizzati dai nostri artigiani.

Come immagini la tua attività in un prossimo futuro? Tendenzialmente sei per i cambiamenti o preferisci proseguire nel solco della tradizione?

Basata sugli stessi principi e insegnamenti trasmessi da mio zio e mio padre, ma con una giusta ventata di freschezza. Per ora abbiamo lanciato un nostro brand, Palladino InColour, e a breve proporremo la vendita online sulle nostre piattaforme.

Palladino pietre per me è un trampolino di lancio per il futuro, un modo per far conoscere al nostro settore, e non solo, il fantastico mondo delle pietre preziose e dei gioielli altamente selezionati.

Vintage Bijoux Preziosi

Francesco e Mattia Petrone

 

Francesco e Mattia Petrone

Due fratelli entrambi nell’azienda di famiglia. Nelle loro strategie c’è l’impegno di mantenere i tratti salienti del brand e il desiderio, per il futuro, di dare spazio anche ad un tratto che identifichi la loro personalità.

Francesco, chi si occupa della produzione?

Aiuto mio padre e di conseguenza lo affianco in molte fasi del lavoro tra cui la produzione. Ma principalmente sono impegnato nel commerciale.

Lavorare nell’azienda di famiglia è stata una scelta concordata o personale?

Per essere più precisi è stata una scelta casuale. Circa sei anni fa mi è capitato di lavorare per qualche tempo con i miei genitori e ho trovato l’esperienza molto interessante da scegliere di rimanere a lavorare con loro.

Ti identifichi nello stile Vintage o hai voglia di cambiamenti?

Dipende. Per alcuni versi credo che rispecchi molto la mia idea, per altri mi piacerebbe apportare qualche innovazione. Ognuno ha una propria personalità che si rispecchia nella vita privata come nella sfera lavorativa. È naturale, come è naturale che in futuro possa voler dare una mia impronta più individuale.

Hai mai disegnato una tua linea?

Sì, insieme a mio fratello Mattia. Si chiama “Cartesia” che è diventata subito un altro tassello della produzione Vintage di cui mantiene i tratti salienti ma con qualcosa di noi due che la identifica. Nostri sono i disegni come pure i principi di distribuzione.

Quindi c’è condivisione?

Sempre. Si discute di tutto e ognuno fa la sua parte nel rispetto di tutti quelli che partecipano all’attività.

Mattia, tu invece di cosa ti occupi?

Principalmente del controllo qualità e delle spedizioni.

Come ti proietti nel futuro?

Ho 22 anni e tanto ancora da imparare. Per ora mi rispecchio molto nello stile caratterizzante di Vintage e vorrei mantenere gli attuali valori guida ma sarà inevitabile ricorrere in seguito a strategie di nuova generazione. È un percorso a tappe. Tra le prime figura la linea Cartesia, come ha già accennato Francesco. Un passo molto importante per noi che ci responsabilizza e allo stesso tempo ci gratifica facendoci pensare già alla prossima.

Partecipi anche tu alle fiere?

Sì, insieme a mio fratello, ma di quelle estere, come quelle in Russia per esempio, se ne occupano principalmente mio padre e Francesco.

Quello russo è il vostro primo mercato di riferimento?

Sì, lì i nostri bijoux sono molto apprezzati e richiestissimi.

Gioielleria Cicala

Antonio Cicala

 

Antonio Cicala

Spesso il gioiello è percepito come un prodotto perché la scelta avviene con inadeguata conoscenza. Il ruolo del gioielliere è determinante nell’orientare il cliente.

Lo sostiene con convinzione Antonio Cicala, perché alle spalle ha un passato, neppure molto remoto, costruito sulle basi imprescindibili dell’eccellenza italiana.

La tua formazione?

Pratica grazie all’attività di famiglia, teorica con i corsi IGI che frequento tutt’ora perché li ritengo indispensabili alla mia attività.

La vostra è una storica gioielleria di Genova Pegli, che ruolo ricopri?

Quando si è impegnati in un’attività familiare devi necessariamente essere multitask, ma principalmente mi occupo di marketing e del sito internet che si è dimostrato un impegno effettivamente oneroso, e non può essere altrimenti se vuoi che sia una nuova opportunità di sviluppo.

L’informatizzazione in negozio quindi ha la tua paternità?

Non propriamente. Già mio padre aveva investito in questo campo perché ha sempre creduto nel suo alto potenziale. Io continuo ciò che ha iniziato perché puntare sulla condivisione, comunicare attraverso i social credo sia fondamentale. Sono lo strumento di cui oggi si dispone per valorizzare il proprio prodotto.

Dunque, anche vendita online?

Certo, e questa è una mia personale iniziativa. Non ci si può più limitare alla vendita tradizionale. L’e-commerce apre nuovi sbocchi e ti fa conoscere a livello mondiale. Ma perché dia buoni frutti si devono spendere molte energie e con passione. Bisogna essere sempre connessi.

Cosa e come hanno cambiato il mondo della gioielleria i social?

Aprono nuovi scenari. Sono una finestra sempre aperta a livello globale attraverso la quale poter delineare le evoluzioni, i punti di forza e le debolezze del settore. Uno strumento indispensabile al futuro di un’attività. Da due anni abbiamo attivato una collaborazione con l’università di Genova, ospitando in azienda tirocinanti che si dedicano (anche) ai social.

Cosa vorresti nel prossimo futuro?

Una mera gioielleria non può essere solo rivendita e noi da sempre affianchiamo a brand importanti una nostra produzione. Fino a poco tempo fa era esclusivamente realizzata su richiesta del cliente ora, invece, con cadenza semestrale, proponiamo nuove collezioni che facciamo realizzare nei migliori laboratori d’Italia. Stiamo lavorando affinché in futuro Cicala diventi un brand riconosciuto.

Cosa pensi della convivenza gioiello-bijou nelle vetrine?

Non condivido la scelta. La contaminazione richiede criteri espositivi differenti e competenze differenti perché differenti sono i segmenti di consumatori. Bisogna far chiarezza, stabilire un preciso target di riferimento, noi abbiamo scelto quello medio alto a cui offrire prodotti nuovi e di qualità.

Il classico ha ancora appeal sui giovani?

Sui giovani di buon gusto sì. La vera gioielleria non è per tutti per cui per essere di largo consumo va spiegata, raccontata.

La vostra è una clientela fidelizzata anche per il rapporto umano che avete saputo instaurare.

Il rapporto con la clientela è qualcosa che va al di là dell’aspetto commerciale e Cicala è una realtà che si muove a tutto tondo, dalla charity, con collezioni create ad hoc per raccogliere fondi per l’ospedale pediatrico Gaslini (www.cicala.it/page/18/Anelli-di-Genova); al sostegno di attività artistiche e culturali in collaborazione con i musei di Genova.

Sei tu il buyer?

Anche. I gioiellieri siamo mio padre ed io, anche se siamo supportati da una équipe di esperti ognuno con la propria competenza.